La mano

   Pochi paragrafi sulla pagina, tre di lunghezza simile. Il primo presenta una breve introduzione ai temi del capitolo; nel secondo trova luogo la prima citazione; il terzo propone una prima ipotesi: incompleta, poiché il paragrafo si conclude alla pagina successiva. Il secondo è del tutto sigillato dai segni « […] ». Più sotto sta una nota il cui rimando si trova all’occorrenza “sinaptico”, a un paio di righe dalla conclusione del primo paragrafo. Il terzo si conclude in un – di sillabazione. Un errore di stampa sostituisce “cerebrale” con “celebrare”. Una mano tiene il documento sul tavolo. Le dita piuttosto oblique, un po’ tozze – lo smalto dipinto a grandi pennellate, una variazione di grigio.
Un breve intervallo distingue l’unghia naturale da quella artificiale. Pollice, indice, medio: dell’anulare soltanto un accenno. Sull’unghia dell’indice è appiccicata una piccola àncora, sembra brillare. La pagina successiva presenta quattro paragrafi, inclusa la conclusione del precedente (“-tono”); le dita arretrano. Il primo paragrafo della seconda pagina azzarda un’ipotesi più ardita della precedente, una citazione è invocata a supporto nel paragrafo successivo; l’ultimo giunge a una «prima e acerba» conclusione. Nessun errore di stampa percepibile. Su tutte le altre pagine del testo non vedo la mano.

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Il talento di Alvaro Vitali – da “Le aspettative legittime”, romanzo incompiuto

   Si crede spesso, forse a causa della fama di cui la pellicola ha goduto su alcune reti regionali, che Pierino contro tutti sia stato il primo tradimento di Alvaro Vitali alla fiducia che Federico Fellini gli aveva accordato scegliendolo prima per Fellini Satyricon e in seguito per I Clown.
Bisogna invece osservare come già per un decennio prima della rappresentazione materica della celebre figura che infestava quel grado zero dell’umorismo che ha nome di barzelletta, il curriculum di Vitali si era rimpolpato di un cospicuo numero di classici di quel cinema tanto meschino quanto popolare, tra cui La liceale (M. M. Tarantini, ’75), capostipite della cd. commedia sexy all’italiana di genere scolastico, La liceale nella classe dei ripetenti (M. Laurenti, ’78), La dottoressa nel distretto militare (N. Cicero, 1976), La ripetente fa l’occhietto al preside (M. Laurenti, ’80), distribuito nell’anno della morte di Jean-Paul Sartre.
Nel 1981 Vitali sarebbe stato insignito di uno di quegli abiti che agli attori si cuciono addosso, per utilizzare un’espressione che segnala la doppiezza di certe identità filmiche. Il cappellaccio azzurro sopra i capelli arruffati, l’umorismo pittoresco di chi restituisce il folklore di un Paese: Pierino contro tutti (M. Girolami, ’81) è un successo di pubblico. La pellicola appena successiva, Pierino medico della SAUB (G. Carmineo, ’81), già lo confonde con quest’ultimo, poiché il personaggio del medico Alvaro Gasperoni ben poco ha in comune con il salace adolescente). Segue Pierino colpisce ancora (M. Girolami, ’82) sino allo sfortunato Pierino torna a scuola (M. Laureanti, ’90). Era un nuovo decennio, la commedia erotica sarebbe presto stata sostituita dal Cinepanettone, che ne avrebbe rapinato il pubblico e molti dei topoi.  Sono ormai mitologia i Pierino mai distribuiti.
   Di rado si ha la possibilità di discutere della mitologia con l’oggetto stesso del mito, sarebbe come discorrere di divinità con Zeus. Eppure Vitali, e con lui – duole scriverlo – lo stesso Pierino abita non già l’iperuranio dove la realtà si dissolve ed emerge la mitologia come dal nulla, bensì il territorio, a un tempo sacro e urbano, di Roma.

*

   “Signor Vitali…”, gli strinse la mano, per molle che fosse. Come Victor Hugo costrinse Napoleone alle ponderazioni della disfatta, come Sartre restituì un Baudelaire tutto circonfuso di malafede, come Carrère descrisse il profilo di Edùard Limonov di fatto ben compendiando i volumi dei memoriali di quest’ultimo – ma Carrère bisogna leggerlo per Carrère –, lo scrittore si preparava all’incontro letterario con quell’uomo la cui identità si mescolava da ormai quarant’anni a quella d’un altro.
“Fellini, mi scelse. Cioè, un cappello con una voce, immaginai sotto ci fosse Fellini, ma forse era un’illusione”, respirava come le lenzuola gli pesassero sul petto, “al Teatro Cinque c’era un freddo, pure quello un’illusione, la magia del cinema, fuori eravamo tutti in canottiera, qualcuno c’era venuto coi pantaloncini”, tossì, “dentro invece era una specie di ghiacciaia, e un cappello con una vocina flebile flebile… Chi è che sa imitare il fischio del merlo?, c’eravamo solo io e un ragazzetto di Napoli, raccontava che i genitori fossero amici intimi di Troisi, non ho mai saputo se credergli”, levò gli occhi verso un punto del soffitto, “no, no, era una bugiardo perché mi raccontò pure di aver recitato in quel film di Vittorio de Sica… Chi è che sa imitare il fischio del merlo?, pareva che davvero fosse una voce… non te lo so dire, la voce del cinematografo”, la compagna aveva sollevato gli occhi e si era concessa una smorfia con il labbro inferiore, rassegnazione, “allora fischio, no?, fischio come un pazzo tanto che un paio di operatori si girano, mi fanno come Oh!, ma io fischio fino a ricolmare il teatro, sovrasto la voce, il cappello… capirà, ero elettricista, tanto che in Roma il ballerino si chiama come me e lui pure è elettricista, imparai in quindici giorni, meglio di un professionista!”, inseguì con un occhio chiuso il filo del discorso, gli sembrava di vederlo lì, nitido, appena al di là del letto – e tutto si riannodava, l’elettricista che diventa attore per aver fischiato in tempo, “finché la vocetta non raggiunse il vigore del fischio e lo sovrastò Basta!, diceva, Basta!, ma poi osservai tremare la falda del cappello e affacciarsi il profilo d’un naso, Prendete quello lì, l’altro il merlo lo sta ancora cercando”, la compagna sorrise, quell’aneddoto l’aveva ascoltato centinaia di volte, eppure da gran caratterista qual era un avvenimento sapeva costringerlo al muro e intimargli di confessare quanto ancora d’inedito non avesse rivelato, “… e poi Fellini è morto, ma io ho fischiato ancora”.
Lo scrittore l’aveva ascoltato rannicchiato su una sedia al principio del letto – di cattivo augurio, la postura di chi veglia i moribondi -, il taccuino sulle ginocchia e la penna a mezz’aria. Nessun appunto tranne che per quel “…ma io ho fischiato ancora” pronunciato con la testa reclinata, gli occhi socchiusi. “Ha l’influenza”, gli aveva detto la compagna, “ma riuscirà a rispondere alle sue domande, è così felice quando può ricevere visite” e in camera aveva aggiunto, “le influenze dei vecchi sono così”. Vitali si era concesso un sorriso. “Sa perché Fellini era un genio?”, no, non lo sapeva, “perché era capace di fabbricare il talento”, riprese dopo un rantolo udibile soltanto dall’orecchio esperto della donna, “tutta… tutta l’architettura”, affettò un po’ quell’artificio retorico, “l’architettura della mia vita è stata eretta sulle fondamenta”, era in forma, “di quel fischio”. “Le piacevano, quei film?”, “Non li ho mai visti, mentre li distribuivano ne stavo già girando un altro”, “Non ha davvero mai visto i film di cui era protagonista?”, “Non è vero, Alvaro”, aveva allora interrotto la compagna, “mi hai raccontato della prima di Pierino contro tutti, accolto da un applauso nell’ultima fila del piccolo teatro di Roma. Sa chi era, ad applaudire?”, “No, chi era?”, “Monica Vitti”.
Vitali tossiva piano, senza disturbare, né annuì né negò, lasciò che l’aneddoto ascendesse sopra di loro e si dissolvesse, “Avevo un contratto, cinque film l’anno, salario mensile. Non sono mai diventato ricco, fossi stato più furbo, avessi preteso una percentuale sugli incassi… ma poi ho trovato quest’angelo che mi coccola, mi sorveglia. C’è una domanda che nessun giornalista mi ha mai posto. Le dispiacerebbe se gliela suggerissi? può rivendicarne la paternità”, non gli dispiaceva, “Tra le centinaia di gag ricorrenti cui poteva, appunto, ricorrere”, il bisticcio l’aveva distratto, “come mai ha scelto proprio “Col fischio o senza”? me lo chieda, la prego”, “Come mai”, esordì lo scrittore modulando la voce sulla partitura dell’ironia, “tra le centinaia di gag ricorrenti cui poteva…”, pensò un poco a come non soccombere al bisticcio, “gag ricorrenti di cui poteva fregiarsi”, tradì un’ombra di compiacimento, “scelse proprio “Col fischio o senza?”, “Fu una sorta di… non compensazione”, probabilmente il termine cui la memoria era andata più immediatamente per chissà quale balzo dell’inconscio, “un tentativo di omaggiare quel talento che mi aveva strappato all’anonimato. E tutto per aver fischiato prima di qualcun altro”.
“E se aveste fischiato insieme, nello stesso istante, se aveste prodotto lo stesso fischio?”, aveva domandato lo scrittore, ma quella domanda non fu chiara a nessuno degli ospiti.

L’Ineffabile – Capitoli 1 – 4

  1. Consuetudini di alcuni penitenti

   In refettorio si scrutavano, tenendo i piatti come i confratelli desiderassero condividere la minestra; ma nessuno desiderava, lì; proprio il desiderio lo soffocavano pregando, ora mimando l’invocazione con le labbra, ora soltanto tratteggiandola nel pensiero, donandole virtù di scrittura. “Dobbiamo dire come i nostri fratelli minori: ringraziamo per questo cibo che stiamo per mangiare e quest’acqua che stiamo per bere”, scherzava il cardinale mentre i penitenti languivano per il pane e l’acqua. Di vino soltanto a messa e del più cattivo; il pane l’avevano almeno lievitato. Di pomeriggio le clarisse concedevano loro un biscotto artigianale o un cucchiaino di confettura d’albicocche. Nessuno ne conosceva le forme, timide com’erano, lasciavano in camera la leccornia, il biscotto velato di un fazzoletto di stoffa, la marmellata in vasetti minuti; affermavano l’esistenza in quella fantasmagoria della cura.

   Nessun altro interlocutore altrimenti che il cardinale; la pena per chi tradiva il gioco del silenzio, tante bacchettate sulle mani per quante parole avesse pronunciato, approssimando per eccesso. «Il crimine è sempre al di là della pena», sentenziava l’uomo di Dio, allora il compito della pena era di valicale la commisurazione del crimine, il calcolo rischi-benefici. Non che fossero ammessi gingilli quali fruste o cilici, ma il corpo bisognava pur disprezzarlo; un penitente ostinato non solo avrebbe chiacchierato con la gioia della fustigazione, ma anche si sarebbe costretto al canto, alla recitazione. Invece stavano tutti zitti col terrore d’essere battuti; a può mai ambire, un discreto? Il martire rumoreggia, utensile da cenacolo, a ogni sevizia un po’ più tonante sino a fare del battere delle ossa lode, inno, invocazione. Nello strazio il corpo tende a Cristo tutto intero sino a occhieggiarne il padre appena oltre le lingue del rogo, la lingua del dardo.

   Era un gregge docile, quell’anno, il pastore e i braccianti lo governavano senza fatica. Un gregge docile è tuttavia gregge molle, per quanto si imprimano le dita, nessun altro volto è possibile. La tenacia con cui l’ovino guerreggia per lo scampolo d’identità che gli è proprio ne segnala i lineamenti, dunque gli errori. Un gregge docile è invece ambiguo, zitto zitto non conosce l’arte della confessione. I peccati, li racconta senza persuasione, dicendo la cupidigia come un dato di fatto, mescolata al silenzio dell’interrogato discolo che abbia trascorso il pomeriggio in ozio. Soffocata, l’epica del penitente si illanguidiva nella monotonia; il cardinale si annoiava. Con rammarico celebrava i viziosi dell’antichità, gli spinozisti, i libertini; sospirava per il difetto di perversione. Aveva dipinto, poiché vantava abilità di iconografo, un’effige sacra.

   Aveva tutt’intero il proscenio occupato da un’empia sul rogo; intorno era un sabba di fiamme, al centro il tronco cui era annodata l’eretica, spogliata degli abiti mortali – e che sacro dileggio nel tratteggiare la forma del seno, le dolci aureole dell’Avversario –; sputava in alto il lamento contro la cittadella del Cielo. Si confondevano le fiamme alla lingua, vi si attorcigliavano lambendo un alito di luce all’estremità più alta della tela. Di fianco, una folla di curiosi si affaccendava a scorgere il dissolversi del corpo; già qualcuno tossiva per la cenere dei piedi. Figurava, sul retro, una citazione di Simone Weil, saccheggiata a La prima radice: «Il sistema penale deve destare nel delinquente il sentimento della giustizia mediante il dolore, o persino, se occorre, mediante la morte»[1]. Di quegli uomini era il custode: se ne prendeva cura non lesinando punizione; ma erravano troppo mestamente.

   Aveva nascosto, in qualche camera, certi giornali laidi di intimo femminile e maschile, per indurli in tentazione, ma gli educandi il Santo desideravano scorgerlo con quanta ostinazione possibile. «Sono ricchi: non manca loro la tenacia», ragionava il cardinale. Si concedevano peccati di poco conto, peccatucci da adolescenti. “Stanotte ho sognato mia moglie”, aveva confessato un imprenditore, “mi sono svegliato…”, «Come?», “sudicio”, «Ha sudato?», ma il cardinale lo pungolava, “Non di sudore. Di…”, «Di?», “Seme”, «Mi spiace. Non ti sarà concesso poter entrare in camera del Santo per un’altra settimana. I tuoi desideri sono ancora terrestri: le anime divine discorrono soltanto con anime consanguinee. Il tuo sangue è impuro», l’aveva scacciato assegnandogli le preghiere da recitare ginocchioni.

   Cosa avrebbero elemosinato, al Santo? Protezione. Dalla malattia, dalla carestia, dalla morte: trattavano il Santo al pari di uno scudo fiscale, di un’assicurazione. E quello li lasciava fare, ne aveva decine, di miracoli da distribuire; pareva nato apposta. Predicare, non sapeva predicare, stava infatti zitto per l’intera giornata con gli occhi curvi sui vespri; scrivere, neppure, poiché era del tutto analfabeta; non possedeva il fascino terrifico del Cristo né la turpitudine del beato Ermanno di Reichenau, chiamato lo storpio; non conosceva la dialettica animale. Eppure, quando imponeva le mani con l’abilità di un prestigiatore sapeva far della fede dal vero, plasmarla materica sul pavimento; ninnoli apparivano/sparivano per manifestarsi in altre camere, alcuni discorrevano in lingue oltreché sconosciute pure mai ordinate in alcun sistema semiologico; sapeva custodire la vita nel moto di un braccio.

   Ragionevole i penitenti investissero nella purificazione, sopportando e clausura e pedate cardinalizie per mesi intesi: fargli sollevare un braccio, al vecchio, era come liberarsi di ogni altro fastidio. Il porporato concedeva loro l’incontro con il vicario di Cristo a patto di introiti mensili proporzionati all’agio dell’aspirante custodito – il quale mai avrebbe pronunciato menzogna, peccato veniale in sede giuridica, ma mortale nel perimetro ecclesiastico – e di poter distribuire pedate secondo arbitraria costituzione.

   Placida, l’esistenza monastica dei ventitrè uomini, cardinale escluso, procedeva in attesa dell’istante in cui soltanto la mimica li avrebbe salvati. Il segno sarebbe stato un segno davvero, non più presagio del pagherò in forma escatologica, dell’impegno, meglio, del patto tra il Dio della guerra e il suo esercito minuto. Pure l’incontro era stato dosato per milite, individualizzato: e da quella porta, come dalla celebre cruna, non transitava che un cammello e uno soltanto.

  1. Consuetudini del Santo

   Economo nel sonno, pareva svegliasse l’alba solleticandola dalla finestrella; vi riponeva il docile perimetro del cranio, appuntito all’estremità del mento, e fischiettava le proprie benedizioni, discorrendo con il solo Dio, l’unico a destarsi ben prima di lui. Le clarisse gli gettavano, ogni sera, da una fessura intagliata nel muro, biancheria trattata con abilità di lavandaie, di madri amorevoli. Si liberava nella seconda delle due cameracce dei grumi intestini che gli ribollivano in grembo; dunque si ripuliva al piccolo lavabo, arto per arto. Eppure dalla camera e dalla sua figura promanavano fole di lavanda, spifferi di santità. Il pane era quello del mezzogiorno; gli bastava. In ginocchio e curvo si inabissava nella preghiera senza tener conto di ipotetica tempesta. Marinaio non lo era mai stato; pastore in adolescenza, a un vecchiaccio che lo bastonava insieme con le pecore e i cani. Ma non ne aveva mai persa nessuna. Appena qualcuna abbandonava di sottecchi le consimili, infilava al margine delle labbra l’indice e il medio di ciascuna mano, tirando un fischio vigoroso e molesto. Avvicinandosi alla fedifraga le accarezzava il manto, suggerendo nell’ammonizione “non hai ragione per fuggire, mi prenderò cura di te”. Sarebbe stato un ottimo padre di famiglia se adolescente non l’avesse perverso l’indole alla taumatologia; intervento divino che deprava la rettitudine dell’esistenza. Semplicemente, pregava, con la terminologia frugale delle preghiere di quartiere, fabbricata tra mura dei poveri: involgarivano il latino acconciandolo alla sapienza del folklore. Ma ogni parola è di troppo, tendeva invece a Dio con tutta l’indole; a fatica leggiucchiava ogni giorno un passo dalle Scritture, spalancando il Libro in una pagina qualunque – chi scrive non può lesinare di utilizzare terminologia da laico; chiaro che nessuna pagina emergesse davvero per caso, era piuttosto una decisione ben ponderata dell’Altissimo che si curava persino delle letture quotidiane di un santicolo – e trascorrendo le ore successive nella decifrazione di quel codice che sempre più sembrava resistergli. Lavorava dunque, su certe cartacce minuscole con una scrittura tutta zampette, a un’esegesi biblica.

   A pranzo, la più anziana delle religiose bussava per tre volte all’uscio in ferro; allora il Santo si voltava di schiena per non indurla nel peccato dello sguardo. Le mani posavano domestiche per terra il vassoio per occultarsi di nuovo ammantate dalla tonaca. La porta era richiusa, il Santo poteva sfamarsi. Trascorreva le prime ore del pomeriggio disteso a meditare sulla branda, finché il cardinale, suo custode, non replicava il segnale della collega. A volte accompagnava un penitente, più spesso era solo, costretto alla tonaca che risplendeva d’oro al cospetto del Saio del santo. Se ne stava vestito d’un sacco di patate; gli avevano regalato, a Natale, degli abiti nuovi, non ruvidi o reticolari, perché si mostrasse in refettorio a far da Cristo, ma con un economo cenno del capo aveva denunciato il diniego. Il sacco gli era ora pigiama, ora abito dal buon taglio, perché “lo splendore albergava nel suo cuore”, appuntò una consorella sul proprio diario. Quella fiammella di splendore lo costringeva al tugurio e alla penitenza eterna, ambiva alla fluttuazione, ma per quanto poco si nutrisse i piedi gli restavano inchiodati al pavimento e per ogni ascensione altrettante erano le degradazioni. Gli pareva di lievitare, invece saltava.

   Durante la propria visita quotidiana, il cardinale discorreva dei penitenti nell’economia del calcolo, esibendo un quadernetto sulle cui pagine aveva tracciato al centro un segmento orizzontale. L’emisfero destro segnalava “entrate”, il sinistro “uscite”. I nomi dei peccatori erano tuttavia ammantati dietro l’ambiguità del soprannome. Ennesimo vezzo dell’uomo-di-Dio, alludere all’esistenza materica degli ospiti segnando ad esempio maiale o rinoceronte o pachiderma per un pingue. Al rimprovero del Santo, soltanto rappresentato da un farsi torvo degli occhi, l’altro diceva che mai il quadernetto l’avrebbero scovato gli interessati. Santi, bisogna farsi tutt’orecchi, vantare indole all’ascolto; se si discorre troppo si inciampa nell’ambiguità del chiacchiericcio, sia pur metafisico, se invece si proclama si diventa figli di Dio. Allora non si è più Santi, bensì pastori di un gregge immenso che bela per la secolarizzazione. Il cardinale discuteva, fuor di confessionale, il Santo lo sopportava di buon cuore, sorridendogli di tanto in tanto. Quell’uomo, Dio l’avrebbe arriso per aver saccheggiato con la sola respirazione ossigeno santificato, benedetto. Da quando era diventato custode della basilica mai un raffreddore l’aveva soggiogato, neppure un colpo di tosse era stato pronunciato nel silenzio della penitenza o interrompendo un’omelia. C’era del sacro, nella buona salute. E lo doveva tutto a quel contadino analfabeta.

   Aveva, quel giorno, attraversato l’uscio da solo, senza alcun penitente al seguito; flettendo le gambe gli era trasvolato sul viso l’ombra del segno-della-croce; l’altro aveva replicato l’ossequio. “Domani sarà il turno del pachiderma”, l’esordio, “ha espiato abbastanza”.

   Il cardinale, al Santo destava insieme riconoscenza e disgusto. La prima la doveva al pomeriggio di tredici anni prima, quando l’aveva accolto prossimo all’esalazione dell’anelito più vicino a Dio, il secondo alla sua persona tutt’intera. Terza percezione, sopita nel fondo ma di tanto in tanto prossima al crampo e al borbottio, la pena. Aveva faticato tanto da diventar cardinale, ma non sarebbe stato né Papa né Santo. I primi dovevano fabbricarsi casacche politiche e il cardinale preferiva l’accumulo alla spesa, l’avarizia alla mondanità; i secondi Dio li decideva per mezzo dei suoi soliti disegni imperscrutabili che ai più parevano scarabocchi. Per i risentiti era un pessimo artista, più simile a Nerone che a De Chirico. Di contro i Santi non si occupavano di estetica, né filosofia: semplicemente, si prostravano recando in insegna la gratitudine.

   “Non si espia mai abbastanza”, il cardinale registrò il commento come un evento, ma subito fu costretto a una seconda meraviglia, “Il desiderio, Antonio, per quanto si crede d’averlo ricacciato negli abissi da cui proviene, quello ritorna, sia pure nella non-forma dell’aere, del fumo, dell’ossigeno. Il desiderio è ciò che rincasa, mai nuovo coinquilino; quel che si rovescia nel mondo”.

   Cos’era accaduto perché un uomo altrimenti dedito al silenzio dell’ascesi chiacchierasse tanto di un argomento tanto sconveniente?

   Tutto quanto accadde in seguito si potrebbe imputarlo a una monaca golosa che al pari di una bambina saccheggiava dai doni dei fedeli cioccolatini e caramelle per nasconderli in un doppiofondo del saio. La sera precedente, la consorella-lavandaia, poiché ognuna vantava un’occupazione particolare nel territorio della cittadella di Dio, era ruzzolata per le scale che separavano la loro piccola provincia dalla celletta del Santo, e giaceva ora a letto, pregando perché il Padre non la chiamasse a sé con così poco preavviso. L’aveva, appunto, sostituita la golosa, di solito aiuto-cuoca del refettorio. Così, adagiando la biancheria sul calapranzi le era scivolato chissà come un cioccolatino. Chissà come? No, certo: l’Altissimo si era servito della gola per sondare la fede di quel suo figlio più fortunato degli altri.

   Una pralina alla nocciola aveva preso a vagare per la cella di un penitente che si nutriva di acqua e pane soltanto, che aveva rinnegato le docce, ricusato il riposo. Mutò in gatto: la inghiottì tirando con i denti l’involucro di carta. Il ripieno era di cioccolato.

  1. Consuetudini del cardinale Antonio

   Sarà sembrato, più sopra, che il cardinale chiamato “Antonio” dal Santo, clericale sopra cui riporre massima fiducia, fosse una di quelle sordide figure che spazzano con la tonaca i corridoi dell’abbazia, sperando di raccogliere qualche lacerto di pranzo o della cartamoneta inavvertitamente cascata dalle tasche di un penitente o di un turista; sempre ponderando e soppesando un qualche calcolo. Nient’affatto. Possedeva, sì, una certa inclinazione per l’economia né ripugnava il denaro quando gli era accordato da quei privati che ambivano alla vita eterna, ma per il resto era nient’altro che un religioso qualunque, frugale quanto basta per non morire di fame, inginocchiato quanto basta per evitare abrasioni o vizi della schiena. Brandiva l’erudizione come un’arma, annientando l’interlocutore il quale abbandonava la conversazione più per stordimento che per convincimento. Maniaco dell’ordine, sapeva tuttavia acquietarsi un palmo dietro all’inverosimile, così che ogni suo vizio non sembrasse che una particolare inclinazione invece che intervento diabolico su animo di religioso. Di tanto in tanto, quando l’impazienza lo avvelenava oppure si sentiva tormentato da qualche demone, tirava poche boccate a un sigaro. Allora quel fumo cui il corpo non era punto addestrato lo annebbiava d’un tratto lasciandolo naufragare in un torpore comatoso che i monaci più creduli definivano trance. In quello stato lo investivano certi sogni e fantasticherie di santità cui pur non avrebbe anelato nella veglia dell’esistenza. Mal sopportava difatti i vizi di quel santino che teneva riposto nella celletta; né con disgusto né con risentimento tesseva la relazione, semplicemente con disinteresse. E la sacra membrana che sembrava avergli rivestito l’organismo da quando lo frequentava nondimeno era per lui un fastidio, chiamato sempre all’attività senza il godimento del riposo e della prostrazione. Ma bisognava restaurare gli affreschi, intonacare alcune colonne che sostentavano la casa-di-dio, non mancava forse un braccio a San Vincenzo Ferreri? L’avevano dovuto nascondere in cantina; alcuni fedeli vi adombravano lo spettro dell’eresia.

   «Il desiderio è ciò che rincasa, mai nuovo coinquilino», concluse il Santo. Il cardinale Antonio osservò che il pane e l’acqua ancora giacevano sul pavimento. Cattivi presagi gli causarono un accenno di nausea. “Antonio”, il tono era di confessione, “ho commesso un peccato grave”. L’interlocutore considerò la cameraccia, il vitto abbandonato in un angolo, gli stracci per abiti. Tradiva dagli occhi una certa ironia che si potrebbe descrivere con l’interrogazione “e che peccato vuoi aver commesso, tu?”.

   “In qualità di servo del Signore avevo promesso di perseguire alcuni principi: anzitutto l’annientamento del desiderio. Ed era semplice, mi pareva d’essere abile; di essere il migliore. Il miglior digiunatore del mondo. Hai mai letto quel racconto di Kafka, Il digiunatore?”, sì, l’aveva letto, “Ricordi come si conclude?”, no, non lo ricordava, “Il protagonista è sostituito con un puma”, “una pantera”, “sì, una pantera. Volevo essere la pantera di Dio: assoggettata, docile, mansueta. Di bocca buona. Era semplice solo finché queste mura mi facevano da confino; insieme mi imprigionavano e mi custodivano. Carcere e nido. Ebbene: il mondo è fluito da una crepa, ha stillato in prigione. E io mi ci sono abbeverato”.

   Il cardinale Antonio non possedeva l’orecchio frusto alle metafore, purtuttavia gli baluginarono ancora scariche di vergini. “Non hai mangiato”, “Non mangerò più”. Si compiva il presagio; la vertigine del cardinale si placò: terrore dell’ignoto, ora che conosceva il difetto non doveva che raddrizzarlo. “Perché questa decisione?”. Il Santo per risposta si precipitò sul ciglio a imitazione d’un letto e tirò fuori il peccato da uno scampolo di cuscino. Mai le colpe avevano luccicato così tanto alla luce del pomeriggio; esibiva tra le mani il ritaglio di stagnola.

   Aveva strappato il ragazzo a un nugolo di pastori; se ne liberavano per via di un ritardo che egli, da tutore, avrebbe dovuto correggere. Dedito alle malinconie, trascorreva i giorni zitto zitto nel martirio del mussulmano. Gli si poteva ordinare tutto; tutto compiva, sia pur con lentezza. Ma restava zitto, tranne come si è scritto sparuti dialoghi monologici con le pecorelle apolidi. Ai genitori pareva di aver messo al mondo un mulo invece che un figlio, così l’avevano ceduto al sacerdote del paese. Era stato iniziato alla parola con la preghiera; il verseggiare cominciato nell’Avemaria invece che nel sempiterno “mamma”.

   “Non è cadere nel peccato che fa di te un peccatore”, “Credo di aver errato abbastanza, Antonio. Se la penitenza cui mi sono costretto con gioia in questi anni ha fruttato in me non l’annientamento delle pulsioni, bensì nient’altro che il loro sopimento, pronto a ridestarsi come un drago appena il cavaliere lo punzecchi, allora ho goduto invano del mio dono. Ho commesso un’impostura, frodato Dio. Non sono un uomo qualunque. L’inclinazione al miracolo mi è stata donata senza null’altro pretendere; credevo di poter pagare con la penitenza la dedizione infinita del mittente. Questo, il peccato; non aver trangugiato del cioccolato. L’arroganza di poter mercanteggiare con Dio. La mia intera esistenza non è stata che un commercio. Devo restituire ciò che ho saccheggiato”, “Commetterai suicidio”, “No, mi lascerò andare alla predisposizione dell’organismo, comune a tutto il creato. Libererò l’anima dal fardello del corpo”.

   Il cardinale Antonio, per la seconda volta nella vita, restò zitto.

[1] S. Weil, La prima radice, tr. it. F. Fortini, SE, Milano 2016, p. 29.

L’Ineffabile – Cap. 5

 Capitolo 5 – Consuetudini di una pralina

   Se ne stava accovacciata in una tasca del grembiule della golosa tutta ben annodata di quel fazzoletto di carta lucente di cui l’avevano vestita in fabbrica, d’un lato tradiva l’etichetta: una pralina di poco conto, le compagne più dabbene dicevano: “di malaffare”. L’avrebbe masticata di nascosto la consorella previo esercizio di sottrazione da un cesto per i bambini del catechismo, insomma, erano pur sempre pargoli ben pasciuti e non avrebbe causato loro null’altro che un lieve dispiacere privarsi di un cioccolatino solo, tantopiù un paio erano ben oltre l’obesità: chissà se allontanandoli da quel progetto di merenda non avrebbe favorito alla loro condotta. Bisognava ringraziarla di essere così golosa, altroché: di sera, dopo la preghiera in comune e quella nell’isolamento della camera, dopo l’affaticamento di riporsi in ginocchio per meglio dimostrare di assoggettarsi alla grandezza dell’Altissimo nonostante alcuni problemi alle ginocchia (ma anche i dolori promanano da Dio), pescava dal grembiule riposto sulla sedia il biscotto nei giorni di festa, in cui il pranzo del refettorio era più ricco, o la pralina in quelli in cui la fame notturna diventava insopportabile.

   Finché le ginocchia non avevano ceduto e la pralina era scivolata, anche a causa di quella carta troppo lucida, dalla tasca al calapranzi per transitare sino alla cella del Santo: lì era bastato un solo strattone perché raggiungesse il pavimento e la illuminasse un raggio dispettoso nell’esibizione dell’insegna meschina che di certo doveva provenire dalle mire dell’Avversario contro quelle dell’Altissimo. Così il peccato era venuto nella forma della gola, poiché di lussuria non era possibile, né di accidia, né ira; la gola è veicolata da agenti tanto microscopici quanto pericolosi: diventata bolo aveva attraversato l’esofago effondendo una primigenia forma di soddisfazione. Il Santo non si era in verità mai sentito meglio come dopo aver ingurgitato la preda e per qualche istante appena il pensiero aveva preso a vagargli da un punto all’altro della mente: né alla guarigione dei corpi, né all’escatologia, tantomeno a Dio gli riusciva di offrire il proprio impegno. Il peccato era stato la distrazione. Quei terribili istanti di lucidità gli avevano d’un tratto suggerito la peggiore delle intuizioni: che insomma, Dio potrebbe anche non esistere. Non era stata che una feritoia nella coltre subito rimarginata dall’avvento di una nuova lucidità, “non è possibile che Dio non esiste”, diceva: eppure, eppure…

   Era allora necessario espiare con il digiuno quanto il cibo aveva compiuto, provare a estirpare in qualche modo quanto il picco glicemico aveva fabbricato. Non sarebbe bastato, come aveva creduto all’inizio, strapparsi con le dita quanto era rimasto della pralina: perché il pensiero non è obliato dal vomito. Né tutto quanto era accaduto prima, né quanto sarebbe potuto accadere, né gli scongiuri, le preghiere, le lacrime del mondo avrebbero potuto perdonarlo di quell’unico istante di dubbio che da Santo l’aveva relegato ai bassifondi dell’umanità.

   E non sapeva neppure più se gli riuscisse ancora di proteggere quegli uomini che erano lì soltanto per lui.

   Fu in quell’istante che il cardinale Antonio, appena dopo aver recitato “…una, Santa, Cattolica, Apostolica”, tossì sul marmo dell’altare un grumo di saliva. Già respirava male come il muco gli soffocasse qualsiasi possibilità che non provenisse dalla gola, la quale tuttavia gli bruciava come quell’unica sigaretta che aveva saccheggiato a suo padre quand’era ancora bambino e non conosceva il destino che Dio gli aveva riservato.

Immagini e provincia. Autobiografia 1995-2020

“C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera”.
Benjamin, Tesi sulla storia, IX.

  1. Un gioco di interpretazioni

   Dall’alto, la città non è che un grumo di case; le piogge fluiscono dalle tegole ai canali e dai canali alla strada tratteggiando acquitrini sin dentro le fogne; lo sguardo discende in strada, sin dentro le camere, senza la discrezione dell’ospite; si insinuerà nelle botteghe trasudando dalle pareti, anche le più piccine e “antiche”; sorprenderà gli abitanti nelle occupazioni quotidiane, in atto di fedeltà o di tradimento. La storia di ognuno sarà la storia di queste case addizionate l’un l’altra nel ricettacolo dell’umanità. Ovunque un focolaio domestico, un reticolo di parentele; tutte illusorie, s’intende. Le case, gli acquedotti, le due chiesette insofferenti l’una con l’altra, le decine di bar nel solo capoluogo, uno per ogni classe; ancora, le straducole, i viottoli, le tre piazzette, la memoria, la nostalgia: àncore della narrazione. Una piccola ambizione, nessun tradimento; deviazioni? per nulla, perversioni? di domenica. Il reiterato e indiscusso compimento del destino. Dall’alto, il tratteggio del castello, custode di un imperio di epiche ormai turistico-museali si indocilisce sino a somigliare alla bottega del calzolaio, unico ormai nell’operazione di cucito di suole malandate.

   Rievocano, per una manciata di notti l’anno, la grandezza illusoria della letteratura cavalleresca e pescano dai bauli certi costumi “d’epoca”, tutti e a gonne e tiare di modo da adornarsi, sì, come popolo, giacché nessuno avrebbe potuto indossa mantello di principe o regnante senza accusa d’usurpazione, ma ognuno si crogiolava nella condizione di suddito. Hanno partecipato, gli anziani, alla prostrazione per l’autorità del duce (o contro di essa, seppur nella frequenza dell’anomalia), parte di narrazioni insieme epiche e particolari. Il dopoguerra li ha plasmati cittadini contagiando le generazioni del culto della libertà. Tutt’intorno, la differenza: gli scampoli di una gloria pacifica, il tepore della vita privata.

   Tutto quanto è cittadino, è plastico; ma un plastico dentro cui è ancora soffiato lo scherzo di un alito di vita. Sia chiaro, un alito per volta.

   Gioco da solo in una manciata di camera vuote; di fianco, il rumore dell’eco: mi faccio compagnia con i miei passi, la malattia del figlio unico, l’idiozia di correre per qualche metro e fermarsi ad ascoltare; ma è già interpretazione. Nel ricordo non c’è che un bambino, il corpo che deborda dalla canottiera, un paio di pattini a rotelle dai quali non riesce a mendicare equilibrio: sarà per via della difformità ai piedi, privi della curva il cui onere è di sollevare il palmo da terra, “piedi piatti”; oppure per le ginocchia che si incontrano con troppo compiacimento (“ginocchio valgo spaventoso”, l’ha definito l’ortopedico). Al cospetto dell’immagine, non si può che interpretare…

   “Gioco”, ho scritto, nell’illusione della prima persona: e sia, definisco “me stesso” il bambino del ricordo; miei i piedi e mie le ginocchia: le camere dove si consumano i miei giochi le hanno acquistate i miei genitori dallo zio paterno; ne scontano la liquidazione a qualche milione al mese. Gioco a bassa voce, sebbene sia l’unico ospite; mi sono fabbricato un mantello di pagine di quotidiano appicciate insieme e brandisco una spada di legno saccheggiata chissà dove (forse è poco meno di un ramo a imitazione d’arma); il divertimento consiste nel simulare le grida della battaglia e aggredire le pareti con le scarpe da ginnastica. Sovrappongo una breve sequenza di calcinacci tirati via dal miraggio della battaglia: non ricordo se guerreggiassi contro qualche orda o contro ombre di mulini a vento. Dietro ogni muro portante non vi trovo che lo spettro dell’eco, l’ecolalia del suono dietro la cui suggestione l’immagine riproduce una moltitudine. A sedici anni una psicoanalista la interpretò per me: in tutta quell’orda non c’era che un desiderio di ricevere più attenzioni da mio padre; ero forse un po’ idiota sin da bambino. Del gioco ho un secondo ricordo che potrei definire narrativo: ascolto mia madre raccontare a un’amica (le amiche delle madri: queste predatrici d’affetto) quanto “il figlio” preferisca “giocare a bassa voce”; di certo lontana dalla disciplina psicoanalitica, così interpreta la questione: “riproduce i giorni in cui suo padre dorme e gli è vietato fare rumore”. Poco meno di un automatismo psichico, allora: replicavo con sistematica ostinazione un comportamento cui ero vincolato soltanto per due giorni a settimana. Di tali vincoli mi sembra non sia stato così avaro, l’intervallo di biografia che ho consumato nella piccola città di provincia. Ancora adesso ne osservo le brutte casupole mal dipinte e una struttura di vetro temperato; più lontana, l’autostrada.

Apologia del refuso

La parola e l’errore sono molto affini.
Maurice Blanchot, La conversazione infinta

Leggo un’edizione de I Fratelli Karamazov edita nel 1989 per merito dell’editore Gherardo Casini: copertina rigida in brossura suturata di nastro biancazzurro; un Rembrandt per sovraccoperta. Edizione da bancarella, esemplare della collana I grandi maestri; per compagnia La nuova Eloisa di Jean-Jacques Rousseau e l’opera omnia di George Sand.

Il particolare nasconde un cartoncino di non so che impressione di blu, il cui perimetro, ma più piccolo, è imitato da una cornice lucente color d’oro. La costina ne saccheggia il tema, incidendo tre segmenti, più simili a rettangoli disgraziati che a ordinari tratteggi: sopra le prime due dall’estremità più bassa del poligono-libro sono appuntati l’editore e il titolo del romanzo; sotto l’ultima, la prima se lo sguardo dell’osservatore preferisce punti-di-vista metafisici, il cognome dell’autore cui precede una F. a moncherino del nome evirato. Sfogliandolo, l’architettonica narrazione dei maschi Karamazov – argomento da critici ed esegeti.

Preferirei restituire completamente l’indice delle concordanze dei refusi che l’edizione presenta: in media uno ogni dieci pagine. Refusi di poco conto, refusùcoli: il troncamento di una dieresi, l’elisione di un accento, l’incauta inversione d’una lettera con la successiva o di quella con la precedente. Non mi riesce, com’è naturale nell’istante della scrittura di trovare citazioni che sostengano la tesi a mo’ di prova inconfutabile; quando non muoverò gli occhi sulle pagine per la mia indagine meno che poliziottesca allora gli errori si manifesteranno, patenti, lasceranno risuonare le grazie per attirare l’attenzione. Ma allora sarà inutile. C’è una ragione per cui persevero nella mia opera, avanzando una tesi senza enuclearne il metodo o affettarne il vaglio alla prova empirica: nessun colpevole è accusa d’errore. Non ho mai scorto tal’ dei tali commettere un qual certo delitto, né grave né lieve; la mia è invece una lode, un elogio, un’apologia.

Per il lettore comune non v’è più fastidioso disturbo del refuso in forma di errore di stampa. Emerge orrorifico dall’incartamento dell’opera appena acquistata, appena tradotta, ed ecco che alla pagina centoventi – o sessantadue, o trecentosette, una qualunque insomma – un romanzo diviene roamzo. L’attentato è compiuto; è solo per eleganza signorile se non compone il numero cellulare che l’editore esibisce sul retro avanzando pretese di rimborso.

Tra i numerosi pregi di cui può vantare, quello che il lettore ostenta con maggior gaiezza è d’bbandonare d’improvviso qualsiasi ombra di eleganza e signorilità per mutarla in villania. Al secondo refuso, un alleogria invece di allegoria – o allegria, chi può saperlo ormai? – balza dalla sedia, o dalla poltrona o dal letto oppure non balza affatto perché già in piedi, e si libra nella condizione del lamento, “A me perché proprio ame”, guaisce, “M’è stato dato in sorte un esemplare malandato?”, misconoscendo temperanza. Finalmente arde!

Dovrebbe il lettore anzitutto comprendere che proprio quel refuso gli ha permesso una sensazione neppure contemplata dall’autore o dal ghost-writer in sede di stesura della minuta del romanzo cui sono seguite tante bozze a dileggio dell’editore; tonalità umorale che è invero ai romanzi contemporanei piuttosto avulsa: quella della sgradevolezza. Il lettore è investito dalla patina limacciosa della beffa, gli si sommuove il risentimento: finalmente può abbandonare le passioni mediocri. L’errore permette a qualsiasi penna di approssimarsi in una messinscena dell’opera kafkiana. Chi potrebbe sostenere che il vigore di un testo si disperda nelle parole degli attori, se pronunciato tra le mura della regione proscenica? Allo stesso modo la messinscena dell’errore: si può tastarlo come di un bassorilievo, rilevarne l’ombra leggera che segue all’inverso il moto del sole; escrescenza tagliente: punge, ferisce. Un rivolo di sangue investe la pagina che si desiderava linda, appena lambita da segmenti a matita a forma di freccie. Disgustarsi, risentirsi, circostanze che si ponderano quando si decide di leggere, esiti ragionevoli; ma una ferita…!

Tutt’intorno diviene turbinio di fluidi. L’errore è una pustola da cui non si può divergere lo sguardo, per quanto si provi ad attardarsi sulle note a piè pagina, sul raziocinio della bibliografia, quella sì intonsa perché ne discende la legittimità scientifica dell’opera, ci si arrampica sul piglio di parole dissimili gettando l’onta nella pattumiera: ma quella contamina il foglio, lo avvelena. Risuona l’anomalia; pretende voce in capitolo. Un uomo si potrà ridurlo al silenzio, basterà l’erezione di qualche carcere, una manciata di manicomi, un’architettura scolastica perché se ne fabbrichi un buon cittadino in un modo o nell’altro, ma un refuso? Una stanghetta, mettiamo, che fa da una n una m, la piega del foglio nel turbinio della stampatrice, fabbricando accrocchi di segni frustrati nei significanti, non si potrà ridurla al silenzio di una celletta, di un’aula; non le si potrà accordare un’ora d’aria o di ricreazione. Si proporrà una nuova edizione dell’opera, riveduta e corretta, ovvero militarizzata e raddrizzata. Ma un legno torto, per quanto lo si incateni al tronco di una quercia, tradirà la gobba nei rigonfiamenti; il refuso si conserverà nelle biblioteche, acquattato tra gli esemplari da bancarella, a casa dei fortunati. Non è forse la stessa Nuova edizione più nitida insegna di un’edizione più antica, ancestrale, Ur-pubblicazione da cui discendono le altre. Imperfette, incompiute, insufficienti, come tutto ciò che discende.

A chi appartiene il refuso? Alcuni scrittori battono a macchina; qualcosa perdono nella fretta, sbadati: non sarà forse il solito dilettarsi dell’inconscio con la matassa del significato? L’errante sopisce il non-detto, censura le labbra perché altro parli; e non bastano saggi e romanzi a esaurire tutto quanto proibisce la buoncostume della lingua. Il peccato si insinua nell’eccedenza o nella deficienza; e neppure si compie il male per compiere il bene. Si compie il male per il male. Segue l’editor, attento com’è all’architettura narrativa, che può saperne di refusi? Sovente gli occhi li valicano, altrimenti ne prescrivono la correzione. Medesimo regolamento i comitati scientifici, nel caso della saggistica accademica: non ci si può certo attendere che perorino la causa del refuso quelli che di mestiere contano le citazioni.

L’editore, dunque, cui già si è provveduto a soffiare nell’orecchio il benestare dell’opera, la sfoglierà bell’e pronta dalla tipografia; il tipografo, dove non alfabeta, pragmatico, non leggerebbe mai tutto ciò che è costretto a stampare. Così il refuso si imbarca e si inocula, si pressa sulla carta e fluisce nell’organismo del lettore. Quando se ne avvede è troppo tardi, ormai infetto non può che rammaricarsi della mancata cautela.

Sintomi del refuso: nausa, verttigini, c’pogiri, panìco, repuslione, maleessere dif,so. Può farla finita con la buona salute, pensare che ha speso tanto in occhiali: un paio acquistato soltanto all’occorrenza del dileggio letterario. Peggio, essere lettori occasionali invece che forti: più che il malanno è la beffa.

Per decifrare il codice del mondo basta interessarsi alla storia dell’editoria. Mitologia evoca la figura di Gutenberg, il quale, intento com’era a macchinizzare il logos, obliò del tutto “il cielo” nella generazione teologica, quasi desiderando che “in principio” Deus creasse la sola terra, così che gli uomini non si distraessero per il volteggiare di pennuti o per i lacerti degli aeroplani e ponessero gli occhi alle sole quarantadue linee del testo a stampa. Annientando l’alto dalla manodopera, gli uomini avrebbero còlto la divergenza dall’artigianato e dalla dolce pastorale cui lo stampatore costringeva la Scrittura. Troppo ligio, tuttavia, si accorse per tempo dell’errore, guerreggiando contro il desiderio: il cielo lumeggiò di nuovo per disgrazia della letteratura.

Il novizio, invece, sovente benedettino, flettendo la mano in imitazione di ghirigoro miniava la natica di una preghiera, porgendo l’elaborato all’occhio scoperto – sull’altro era sovente riposta l’insegna “chiuso”, di modo che confluissero in uno le virtù di entrambi – del correctores. Compito prediletto, convertire un testo fatto torto ed empio da cattiva brama del copista, il cui calamo perseguiva tracce dell’Avversario, in uno pio e santo. Se Dio, distratto com’era, non governava le mani dell’imberbe, affidandosi alla sua discrezione, come il bibliotecario che soli li lasciava nello scriptorium, pure aveva riposto nello sguardo dell’impiegato l’indole all’investigazione. Il monastero vantava così l’omeostasi della buona salute.

Aveva infine – ma agli albori – inciso, il Sapiens, un braccio per un altro, mal segnalando la direzione del fiume o l’accampamento del pachiderma; cattiva vocazione, le fiamme replicavano la peluria dei simili e dove un tratteggio avrebbe dovuto celare “qui abbiamo accesso un fuoco”, vi segnalava “qui c’è un grumo di peli”; le signore ritratte simili a uomini si immusivano, abbandonando le caverne per ritrovarsi al fiume: ma percorrevano direzione opposta. Qualcuna scoprì territori inediti, cascate inesplorate, pasti più succulenti ancora fasciati dal carapace della vita.

Il refuso è ciò che in ogni attimo incombe; si prova a fuggirlo con plausi e lodi, incrociando le letture, disarticolando il testo. Sua virtù l’annidarsi, abitare crepe e interstizi ripartendo il companatico coi topi per sgattaiolare – buffo, sgattaiolare per uno che ha un ratto per coinquilino – imprimendosi sulla pagina appena sia stata fregiata del “visto si stampi”. L’approssimarsi della Sragione nel territorio ben confinato della razionalità.

Eppure «la vita […] è ciò che è capace di errore», sentenzia Michel Foucault vestendo i panni d’esegeta al saggio Il normale e il patologico di George Canguilhem, dedicato alle fluttuazioni della e dalla – due refusi, uno solo o nessuno? – normalità biologica. Alle soglie dell’errore si tengono insieme organismo e soggetto: l’errore incide tra le pieghe della letteratura; storica, romanzesca o anatomica che sia. Non è forse il proclama imbastito da Descartes contro l’errore ad aver cementificato tra loro gli altrimenti sparuti mattoni dell’istituto manicomiale? Lo «scoglio della follia» – saccheggio la definizione alla Storia che 1961 Foucault dedica all’imprigionamento degli erranti – si manifesta nella prima delle Meditazioni Metafisiche in analogia con due altri stati del soggetto: il sogno e l’errore. Si può certo sospettare di «alcuni particolari minuti e marginali», cadere in errore a causa d’una vista deludente; si possono anche sognare, immaginandoli, animali fantastici e rappresentarsi alla maniera dei pittori figure di forme assolutamente inconsuete. Non ci si potrà tuttavia ingannare su un punto: «che sono or’a qui, che siedo accanto al ffuoco, che indosso che indosso un abito infernale». Chiaro, il significato che Foucault, in un’opera come Storia della Follia, attribuisce all’asserzione descartiana, ovvero l’identità tra l’io penso e il lume della ragione nell’animare quel silenzio da cui la follia sembra essere investita per cui «io che penso non posso essere folle».

Fuggire l’errore, camminare a schiena dritta e con passo devoto, quasi marziale.

Leggo un testo di argomento filosofico, edito da Einaudi. Citerò l’occorrenza omettendo titolo e autore: undicesima pagina, una considerazione piuttosto elevata della saggezza permette al traduttore di irrobustire di una p il già pingue sappiamo, mutandolo in sapppiamo. Il saggio, imbastito con la serietà dei cattedratici, investito del prezzo di copertina di un’edizione circoscritta al nugolo di iniziati del segreto accademico, paventa livrea turgida di lavanderia. La indossa, l’autore, impettendosi nell’abito letterario come lo esibisse: voltandosi, segnala tuttavia il forellino, spettro della trascuratezza e, ahilui!, di scientificità mancata. L’errore permette al lettore la più trasparente delle confutazioni alla legittimità scientifica, tradisce il rovescio, il culo dell’opera. Fabbricato ad hoc per affettare rigore, il saggio si rivela in-citabile: chi ancora perpetuerà nella pratica della nota starà ordendo una congiura contro l’anomalia, sopprimendola nel difetto d’esistenza. Non sono forse state fabbricate al medesimo fine, le carceri? Il refuso polemizza contro l’economia del calcolo allo stesso modo per cui l’affezione disapprova l’eugenetica della buona salute o il delitto rimprovera l’ideologia della granitica quiete. Seduce i santi, i risentiti li deride: si necessita soppressione.

Antonio Iannone

NB. I refusi che il testo esibisce sono a completo arbitrio dell’autore.

Una scena dalla vita di Susan Sontag

La vita in città: una vita nelle stanze,
in cui si sta seduti o sdraiati.
Susan Sontag, Rinata. Diari e taccuini 1947-1963, tr. it. P. Dilonardo, Nottetempo.

SCENA 1. INTERNO. GIORNO. APPARTAMENTO (SPOGLIO).

L’appartamento è spoglio, non resta che del mobilio in transito, in attesa di adornare nuove camere. La libreria, soprattutto, prima ricolma di volumi, alcuni in orizzontale sulla pila verticale, è ormai poco meno di un grumo di mensole con vista sulla parete. Tutto questo è osservato attraverso una macchina a mano, tremolante, di risoluzione non eccelsa, di quelle utilizzate per registrare sequenze felici delle vacanze da proiettare su una parete, per ricordare o rimpiangere. La macchina scruta l’architettura spoglia che fino a un anno prima ha ospitato una coppia, sopportandone gemiti e litigi. Tra poco non resteranno che le pareti in attesa di una nuova coppia, di uno scapolo d’oro, di una vedova inconsolabile, di un gruppo di studenti. Per adesso, le pareti attendono. Un solo quadro disturba la modestia della camera, un agglomerato pasticciato di colori la cui firma, in basso a destra, è testimonianza del mancato talento dell’autore. Si percepisce una quiete più mortifera che distensiva.

La mano che impugna la macchina appartiene a una donna di ventott’anni: dimostra, dall’acume dello sguardo e da una certa preoccupazione sul volto, qualche anno di più: non come incombere della vecchiaia, bensì come un proposito di saggezza. Il lesbismo invece non lo dimostra: indossa un paio di jeans appena strappati, una maglietta a righe. I capelli le sono cresciuti; li aveva tagliati sino a scoprire la nuca, quasi in imitazione di Anna Karina in Vivre sa vie. Ma adesso sono più lunghi.

Non accade nulla, oltre le oziose inquadrature di casa sua ormai spoglia.

Si sdraia sul pavimento, riprende il soffitto: resta così, soltanto a respirare. Finché una voce non la disturba, voce maschile: l’uomo che appare sulla soglia indossa un abito “informale ma composto” di tonalità ocra. Anche il suo aspetto ne tradisce il carattere “informale ma composto”. Lei lo inquadra, gli si avvicina. Non si dicono nulla; lui solleva il dipinto dalla parete e lo ripone nell’incavo tra un braccio e il corpo.

Prima di uscire, le porge la mano. Non è dato di osservare nient’altro.

Un Dio esplicito. Michel Houellebecq

È necessario esordire dalla conclusione. «In realtà Dio», si legge in Serotonina, l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (tr. it. V. Vega, La nave di Teseo), «si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante». L’evocazione è di scandalo: quello di Florent-Claude, la cui rassegna di cinismo tradisce sotto la presunzione di lucidità il ridicolo della disperazione, non sembra che il tentativo di esibire un orizzonte di senso quando più nessun altro appaia verosimile. Dio sopravvive dentro «slanci d’amore che affluiscono nei nostri petti fino a mozzarci il fiato», del tutto mescolato al suolo delle volizioni individuali. La piccola compressa ovale che l’uomo ingurgita con l’assuefazione sistematica di chi preghi per un’esistenza vincolata alle consuetudini, non è che il ricettacolo di quel Dio così atomizzato da confondersi con il lavorio della vita biologica. Eppure lo scandalo dell’invocazione rimanda alla stessa economia dell’opera di Houellebecq: sempre dissimulato dietro qualche feticcio, Dio ritorna (“resuscita”) per l’espugnazione e la riconquista del nome che gli era stato strappato ora dalla tecnica, ora più semplicemente dall’appagamento del desiderio amoroso.

Si potrebbe considerare La possibilità di un’isola (tr. it. F. Ascari, Bompiani) un’opera minore: i temi houellebecqiani si ritrovano tutti, mescolati gli uni con gli altri, senza che a nessuno sia poi assegnato il giusto territorio d’interesse; ognuno, più semplicemente, si esaurisce cedendo scena all’altro, sino al compimento materico dell’epilogo. Opera minore per il lettore, perfetta invece per chi desideri attardarsi a un crocicchio prima di inoltrarsi tra gli impervi e certo inospitali territori di Houellebecq. Daniel, stand-up comedian al solito narratore disincantato cui il cinismo è valso – al pari dell’autore – stima e denaro, è assimilato in una setta di seguaci degli Elohim, entità che hanno trionfato nella lotta sempiterna contro l’invecchiamento e la morte. «Due assistenti», riferisce una sequenza, «portarono sul tavolo […] un contenitore grande all’incirca quanto un sacco di cemento, costituito di sacchetti di plastica trasparenti, giustapposti di dimensioni diverse, contenenti svariati prodotti chimici – il più grande era pieno d’acqua. “Questo è un essere umano”», afferma il relatore di un convegno, «materia più informazione». La degradazione delle cellule di un organismo orfano di qualsiasi ordinamento a un fine, uno qualunque, sino al conclusivo arresto, non può che esperire la morte attraverso la tonalità del disgusto e della repulsione proprie di un perturbamento della quiete.

È quanto Michel Foucault presenta all’uditorio del Collège de France, tra le cui mura espone le proprie indagini da meno di un decennio, durante la nona lezione del corso dedicato al tema Sicurezza, territorio, popolazione (tr. it. P. Napoli, Feltrinelli). Inabissato lo sguardo dell’archeologo-archivista sin dentro la relazione intersoggettiva propria della pastorale cristiana, nuda e inane obbedienza del novizio all’abate, decide per un assestamento: è tempo di annunciare alle due aule entro cui la voce gli si distribuisce – una non è abbastanza, nell’altra è sostituito da un amplificatore – l’avvento di qualcuna delle lacerazioni teoriche che tanto hanno contribuito a renderne celebre l’opera. «[…] uno degli effetti dell’astronomia di Copernico e di Keplero, della fisica di Galileo […] e di tutte queste pratiche discorsive e scientifiche […] è stato quello di mostrare che, in definitiva, Dio governa il mondo attraverso leggi generali, immutabili, universali, semplici e intelligibili». Interviene nell’ordine della Natura, può vantarne l’atto di creazione, ma corpi abbastanza imponenti avranno facoltà di trattenerlo all’esterno dei gabinetti di consiglio. «Tutto ciò corrisponde a quella che chiamerò», conclude Foucault, «una degovernamentalizzazione del cosmo». Se Dio è arretrato di fronte all’approssimarsi di un’evidenza ben più capillare in forma di rivoluzione scientifica, se il paradigma biochimico ha restaurato una sovranità autentica a dispetto di una surrettizia, ciò è avvenuto intervenendo, disfacendo e suturando il concetto di telos, il fine cui il mondo tende, sopra cui vantava l’imperio più esclusivo. Allora vita organica e vita animale, esistenza biologica ed esistenza biografica incombono l’una sull’altra sino all’innesto.

Le particelle elementari (in Opere/1, tr. it. S. C. Perroni, Bompiani), il più celebre tra romanzi di Houellebecq, presenta un aneddoto di esercizio del potere tra adolescenti; basta l’intervento di un punto fermo, senza neppure l’incedere di un nuovo paragrafo, a innestare dentro la narrazione lo stile del documentario, del manuale sulla vita della savana. «Praticamente tutte le società animali si reggono su un sistema di dominazione basato sulla forza relativa dei loro membri […] caratterizzato da una rigida gerarchia; il maschio più forte del gruppo è detto animale alpha […] fino al più debole e quindi ultimo della catena gerarchica, l’animale omega», e ancora: «l’animale più debole ha la possibilità di evitare il combattimento adottando una posizione di sottomissione (assunzione di stazione supina, presentazione dell’ano)». Un nuovo punto fermo riassesta il romanzo dal “disturbo” della figura retorica: «[…] presentazione dell’ano). Bruno si trovava in una situazione meno favorevole». Non una degradazione, bensì un “rimando” ad arbitrio della letteratura.

Più tardi, la meschinità di una delle due figure sarà descritta quale «stadio evolutivo normale di un egoismo presente tra gli animali meno evoluti». Allo stesso modo, l’epilogo del romanzo, espressione più che borgesiana – contro coloro che leggono in Houellebecq un autore disadorno – di invenzione bibliografica, presentando la letteratura che ha accompagnato le tesi del biologo molecolare Michel Djerzinski, non può che intervenire ancora una volta sulla relazione tra mentale e genetico, osservati tuttavia in prospettiva metafisica. L’umanità potenziale e infine potenziata è insieme l’esperimento dell’effettiva ri-produzione – contro la creazione – di entità parte di una nuova specie generata dall’uomo a sua propria immagine. L’impossibilità «per una qualsivoglia società di essere vitale senza l’asse federatore di qualsivoglia religione» e al tempo stesso l’incapacità di una sottomissione che contempli quell’anelito dentro lo stesso individualismo neoliberista si risolve in una metafisica da laboratorio. Dal dilemma promana la soluzione: scritture inedite sono necessarie.

È l’età moderna a suggerire che interventi ed emendazioni del testo sacro siano legittimi a patto di ridestare la pace e dissipare l’incombenza della guerra civile, di una morte che proviene dal credo del vicino di casa. L’oltreumano conato di Thomas Hobbes, edificazione di una sovranità che conservi a un tempo l’individualità della moltitudine e ammansisca l’intromissione di Dio nelle questioni morali, non potrebbe essere presentato privo della stesura di quel saggio la cui insegna, Leviathan, si risolve nel risultato di un attento lavorio di ordinamento delle discipline.

Tale, la ragione per cui in Sottomissione (tr. it. V. Vega, Bompiani) Redigher, novello rettore della Sorbonne in seguito all’elezione del presidente islamico-moderato Mohammed Ben Abbes, presenta alla voce-monologante François le proprie teorie in forma saggistica. Dentro l’Occidente ormai privato delle dispute sul territorio delle Scritture, siano esse Sacre o costituzionali, la proposta di un pamphlet a tema Islam e diplomazia è accolto nella forma «di un’intesa, di un’alleanza» dove non antica, quanto mai contingente. I filosofi moderni che ambivano a redigere chiari e distinti sistemi di pacificazione ridisegnavano la planimetria del territorio biblico; i contemporanei non possono che aspirare alla scrittura modesta di manifestazioni religiose mescolate alla norma. L’utopia di un esistenzialismo ateo e liberale è stata annientata dallo stesso peso dell’esistenza: Sisifo, indebolito dall’assurdità dell’impiego, e Mathieu (attore principale del ciclo di romanzi sartriani I cammini delle libertà), incapaci di scegliersi autenticamente, non possono che rammaricarsi di quel bel senso andato che Dio era capace di alitare nel mondo sollevando l’uomo da ogni sediziosa rivendicazione di arbitrio.

Sottomissione è anzitutto un romanzo che ha per tema una conversione: epigono di Joris-Karl Huysmans, autore del cui spettro (prima misantropo, dunque oblato benedettino) è stata infestata l’intera sua biografia accademica, François sarà lusingato dal dispiegarsi «di una seconda vita»: una travagliata ponderazione decide perché si volti a forza dalla parte di Allah e del profeta Maometto. Ma quella forma dell’incontro è del tutto esplicita, pubblica. François potrà godere di quella stessa quiete che avrebbe dovuto innervare un secolo del tutto positivo per il nudo fatto di esistere, di occupare il mondo nella forma posizionale dell’individualità.

Interrogata dal padre domenicano Joseph-Marie Perrin, suo corrispondente dal 1942, sulla ragione per cui rifiutasse il battesimo pur dimostrando il più ardente fuoco della vocazione religiosa, Simone Weil descrive la propria inclinazione alla «fede implicita» per Dio come l’atteggiamento di una prassi già immediatamente disposta ai precetti di Cristo. «Ancorchè il nome stesso di Dio non avesse alcun posto nei miei pensieri, avevo nei confronti dei problemi di questo mondo e di questa vita una concezione esplicitamente cristiana», registra una pagina dall’Autobiografia spirituale (in Attesa di Dio, a c. di M. C. Sala, Adelphi). Se il Dio di Weil si contenta di insidiare inclinazioni e volizioni, preferendo il territorio di un’anima che sospinga a pratiche di compassione – la stessa teorica si costringerà a lavorare in fabbrica per esperire la brutalità della condizione operaia – quello ponderato da François non agisce se non nell’unica forma possibile della mondanità. Simone Weil rifiuta il battesimo; François non è che la propria cerimonia di conversione.

«Ha davvero voglia di scegliere? […] Non è un po’ un’illusione?», affabula Redigher in Sottomissione. L’ombra dell’organicismo, espressione di un biopotere che si vivifica e abbarbica nell’analogia tra organismo vivente e prassi politica, non permette che una e una sola decisione: l’abbacinato e lacerante perseguimento della normalità, persino privato dall’inclinazione all’amicizia che in Weil era pre-sentimento e riflesso dell’amore divino. «È proprio necessario essere così esplicito?», si interroga Florent-Claude impelagato nella viscosità del proprio monologo interiore, «Parrebbe di sì», conclude.

Antonio Iannone

Indagine sull’esegeta di un volume di Simone de Beauvoir

Incombono volumi accatastati, gravitano levitando malriposti gli uni sugli altri, in scale fantasiose verso il soffitto; al lettore l’onere dell’arrampicata. Pésca allora con le dita, segnala, denuncia; con gli occhi scruta, no, spia invece, turbinando pagine, godendo di quel ventucolo tiepido e artificiale. Nuove architetture sorreggono le ancestrali, inedite fondamenta: tutto si regge su una manciata di tomi male incrociati. Eppure l’antiquario conosce il debole di ogni corpo artificiale, solletica il leviatano lì dove più sa di ammansirlo e quello con benevolenza rigetta – dona, potrei scherzare – l’esemplare, riassestandosi all’anomalia. Interventi endogeni avrebbero contagiato il prodigio architettonico, l’avrebbero dove non dissolto, crepato quantomeno; l’antiquario sa invece tormentarlo senza lambirlo. Il mostro non rovinerà le membra sul pavimento.

Ci accoglie un cunicolo, la rappresentazione di un labirinto; appena oltre il corridoio sorretto dalla critica letteraria, si estende un bivio. “Dividiamoci”, suggerisco, Grazia decide per la via dritta permettendomi di percorrere il rovescio della biforcazione. La osservo, prima: flette le gambe, inarca la schiena; gli occhi le trasvolano da un volume all’altro, le mani compulsano la catasta come i fogli di un solo, maestoso, volume in brossura. Carezza, di tanto in tanto, una costina per scorgere al buio malinconico dell’emporio il nome di un autore, la conclusione di un titolo, una marca tipografica ignota. Per un volume troppo in alto le si impolvera la camicia, si batte con la mano. Ci separano due corridoi distinti, ognuno più temibile al confine; una curiosa analogia li osserva ambedue guerreggiare contro il caldo servendosi di attrezzi meccanici, fresco a orologeria. Più rudimentale, il mio: ventilatore da tavolo, affaticato dalla polvere impigliata tra le pale, una ragnatela a rallentarne l’industria. L’altro un condizionatore discreto, soffia la brezza dal basso, più curandosi dei libri che di acquirenti e curiosi.

Non è forse quello un cofanetto delle opere di Eugenio Montale? Ben riposto nella casupola di cartoncino, in copertina un tratteggio a sostituzione di ritratto, la lingua di stoffa che congedata dalla prigionia delle pagine esibisce nudità. Un lavorio d’interesse, lo sguardo ora persegue un tomo, ora un altro; ora si annida, ora si ritrae: la dialettica del libro usato. Ancorando gli occhi di volume in volume, ascendendo, scorgo la sagoma totemica dell’opera di Alberto Moravia, tomi tre, Bompiani – Fabbri Editore 1973. Già fremono le banconote per guazzare in custodia dell’antiquario. Lo interrogo sul prezzo, “sette” – come? sette? Ammetto: sono un modesto avventore, un pessimo affarista. Non so costringere i libri all’economia del calcolo, tanto più che per quanto si possa pagarli non sarà mai abbastanza. Non trattengo una smorfia di sorpresa – sarei anche un pessimo baro, suppongo – “li acquisto tutti, allora”, concludo.

Grazia si è intanto accostata, forse per osservare l’evento dell’omaccione schiacciato dai tomi moravieschi. Esibisce un volume sulla Pop-art, nell’altra mano un esemplare di Maledetti toscani di Curzio Malaparte (Vallecchi, 1963) e uno rilucente di A conti fatti di Simone de Beauvoir (Einaudi, 1979). “Questi due”, dice segnalando il buffo coacervo, “te li regalo”. Conoscemmo così, l’esegeta.

L’esegeta, A conti fatti, non l’aveva soltanto sfogliato o leggiucchiato, non solo era intervenuta – poiché successive congetture permetteranno di azzardarne il sesso – sottolineando a penna o segnalando al lato, in forma di marginalia, il trasporto verso una regione circoscritta dell’opera, ma pure vi aveva apposto, a penna e con tenacia, una sorta d’apparato critico. Credevamo d’aver acquistato un esemplare qualunque e ci eravamo invece appropriati di un’edizione critica. Nessuna traccia di identità particolare, né un nome, né una dedica, una data neppure: per quanti indizi avremmo mai raccolto, tracce decifrato, la penna non sarebbe stata che una penna; diventata tutta-scrittura avrebbe coinciso con l’autrice sopra la cui schiena letteraria si era inerpicata. “Immagino sia una donna”, ragiona Grazia, “la scrittura non sembra maschile”, ne sono persuaso anch’io, “e sappiamo”, continua, “che era una fumatrice”. Denuncia tra le pagine 177-178 l’ombra e il forellino della cenere che una mano inavveduta ha lasciato adagiarsi sulla carta, lacera la pagina insinuandosi nel dittico “tempo/stesso” per il dritto e inombrando del tutto “una” (nell’asserto “una tenerezza ineguagliate”) per il rovescio. “Credo l’abbia letto in estate”, pur di profilo – poiché siamo in auto, non mi osserva che di profilo – riconosce l’aggrottarsi delle sopracciglia nella mimica dell’interrogazione, “da una certa pagina in poi”, chiarisce, “ha del tutto abbandonato l’opera di esegesi”, “oppure non l’ha concluso”, replico, “oppure è morta e ne hanno venduto la biblioteca”, pondera lei. Di fatto, l’ultima annotazione vera-e-propria risale a pagina 192, «S. Marco 25 aprile festa del bocciolo si regala un bocciolo di rosa all’innamorata»; l’ultimo intervento a pagina 204, dove in conclusione del terzo capitolo circoscrive l’intero paragrafo nell’impronta di un segmento. Vanta la magnificenza delle opere incompiute, di soli appunti; si potrebbe approssimarla al Dostoevskij di Gyorgy Lukács.

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Se la critica è al solito pavida e pacata, l’esegeta preferisce destare scandalo, come sguaiatamente commentando a teatro una commedia ancora in scena; disegna sul nome di Gramsci forme d’onde o di gabbiani (p. 144) – al lettore opera di decifrazione – e alle debeauvoiriane memorie su Oscar Wilde interpone: «non dimentichiamo del vostro WILDE “A Parigi e a Londra senza un soldo”», neppure l’autrice avesse obliato la nota a piè pagina.

L’annotazione più interessante, tuttavia, si può incontrarla a pagina 148, dove l’esegeta può così commentare un passo che ha per argomento la sessualità ostentata di George Sand: «perché Simone hai tanta pausa del sesso e della sua libertà?». Il raggelamento dell’autrice al cospetto della questione sessuale è il maggior contributo critico: tutta intelletto, de Beauvoir descrive con freddezza il congiungimento del corpo, poco spesso nei volumi autobiografici è evocato un sentimento che ecceda il perimetro delle prestazioni letterarie. L’affetto per Sartre non è narrato che nella lingua della riverenza, pur com-passionevole. Soltanto ne I mandarini l’autrice, acquattata dietro le forme di un alter-ego letterario, potrà descrivere l’incontro materico con uno scrittore americano – dietro i cui lineamenti d’inchiostro si cela l’effettivo amante Nelson Algren – affermando: «Gli baciai gli occhi, le labbra; la mia bocca discese lungo il suo petto, sfiorò l’ombelico infantile, il vello animale, il sesso, dove un cuore batteva a piccoli colpi […] Gemetti, non soltanto di piacere: di felicità. Il piacere sapevo già cosa fosse, cosa valesse: ma non avevo mai saputo che fare all’amore potesse essere così sconvolgente» (tr. it F. Lucentini, Einaudi, 1963[1955], p. 430). Desiderando perseguire la suggestione dell’esegeta si potrebbe leggere il passo come un tentativo debeauvoiriano di interdire il vigore tonante dell’amplesso, prima decostruendolo, letteralmente disarticolandolo (l’ombelico – il «vello animale» – il sesso), dietro il tratteggio letterario, dunque permettendogli insinuazione nel solo territorio morale («non soltanto […] piacere: […] felicità» [ivi]); infine accogliendone la natura di sconvolgimento. Così semplice, l’aggettivo, quanto ricercata era l’opera anatomica: eppure, «Lewis stringeva a sé una donna tutta nuova» (ivi): tale, il patto. Godere del piacere più nudo a patto di essere un’altra. Simone de Beauvoir, la cui opera è quasi interamente autobiografica, è tuttavia ne I mandarini già un’altra: condivide con Anne occupazioni e preoccupazioni, gioie e angosce, persino l’Io narrante. Solo: Anne sa non assoggettare l’amplesso al calcolo razionale del valore.

«Comunque, siamo d’accordo». È la seconda annotazione al passo dell’autrice sull’ostentazione della sessualità. Siamo d’accordo, scrive: a suffragio del pregiudizio femmineo, solo una donna potrebbe partecipare con tanto amichevole, fraterno trasporto a una considerazione di un’altra donna, soprattutto se si desidera osservare la questione del pensiero della differenza con lo sguardo proposto ne Il secondo sesso. Quale tuttavia l’argomento su cui l’annotatrice sposa le tesi dell’annotata? Il disgusto verso George Sand, la repulsione per l’ostentazione sessuale o la pavidità verso l’amplesso? Ancora, l’indagine ha da restare insoluta.

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«Mao diceva: “Non [incomprensibile] fuori a un broccato, ma offriamo carbone per quando nevica”», il commento è al margine inferiore di pagina 150, non sembra riferito a nessun passo in particolare: l’autrice discorre di Andrè Malraux, ormai ministro del governo De Gaulle, e cita Mao, ma del brano dell’esegeta nessuna traccia. Il termine arcano è tale per l’interpolazione di uno scarabocchio; ha scritto, bandito, detronizzato, facendo incomprensibile il restauro del pensiero. Il margine superiore espone invece una suggestione di carattere filosofico: «È giusto = fuga continua – ma è anche dannazione – è non vivere niente –».  Il trattino separa l’ermeneutica dall’abisso, il giudizio morale («giusto») dall’esito (la «dannazione»). Ogni lettore scrive di se stesso: in quante occasioni l’esegeta avrà saggiato il tormento di agire secondo giustizia riscoprendovi dannazione, disgrazia, inferno? Più tardi, a pagina 162, così commenterà il tedio di de Beauvoir per «la religiosità» ascetica perorata da Solzenicyn: «FINALMENTE!», e, ancora, al parziale accordo della massima per cui «si vive tanto meglio quanto più intensamente si è presenti nel mondo e più occupati ad aiutare gli altri» (p. 162) commenta, lapidaria, «ipocrisia!». Non si può costringere la carta a confessare più di quanto non esibisca, si potrà male interpretarla, in buona o cattiva fede; insinuarsi in quei territori minuti tra le parole, terre di nessuno, entro cui capitalizzare interpretazioni. Ma tutto quanto ha da dire, la letteratura lo ostenta. Mao, l’ipocrisia della santità, l’ateo giacobinismo: mi piacerebbe conoscere le tesi dell’esegeta sull’intelligibilità della Storia di Sartre. «La letteratura è il luogo dell’intersoggettività», sentenzia l’autrice, «c’est vrai?», scherza l’esegeta.

L’interrogativo è l’ultimo appunto della nota critica, oltreché l’annotazione, pare del tutto accidentale, di appunto preso di fretta sulla festa del bocciolo, di libro trasfigurato in post-it. Sarà vero che la letteratura è il luogo dell’intersoggettività? L’incontro tra una scrittrice e un’esegeta qualunque. Intersoggettività non tradisce pluralità, piuttosto un’etica costretta alla frontiera del duale, lo scambio dialogico. La letteratura non può immediatamente fregiarsi dell’identità di volano della rivoluzione, dovrà anzi faticare più che proclama e adunanze politiche, il lettore lo individua nella singolarità. Mi concedo un appunto, nascosto nel corpo del testo: come avrà fatto Lenin a condurre una rivoluzione con la sola penna?

“Cosa è diventata, adesso?”, “chi?”, domanda Grazia. È ormai sera. “L’esegeta di A conti fatti”, “La immagini adolescente”, “Sì, vent’anni almeno. Fumava di nascosto dal padre, la madre aveva invece scovato riassettando la camera un paio di mozziconi gettati di fretta…”, “oppure era un’adulta, coetanea dell’autrice”, “non credo, troppo sicura dei propri giudizi. Gli adulti conoscono l’arte del compromesso. Una ragazza che nell’intervallo tra il liceo e l’università, tra l’adolescenza e l’età adulta scopre la letteratura esistenzialista trattandola da ideologia”, Grazia sorride, “Sì, hai ragione. Sto descrivendo me stesso”, “Sarà diventata una docente di liceo, forse”, “Se non è morta”, “Se non è morta”.

Antonio Iannone